Mostra figurativa e documentaria


Dino Campana da Marradi a Faenza

Si ricorda quest’anno il centenario della sofferta pubblicazione dei
Canti Orfici avvenuta nel 1914, un anno entrato prepotentemente nel nostro immaginario collettivo, associato ad avvenimenti che hanno segnato la storia europea e mondiale. Il 28 giugno veniva assassinato a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria, e di lì a poco questo evento avrebbe portato alla nascita di uno dei conflitti più violenti della storia dell’umanità. Qualche settimana prima nel piccolo borgo di Marradi, il 7 giugno ad essere precisi, veniva sottoscritto l’atto di nascita di uno dei capolavori del Novecento letterario italiano. A firmare quel documento sono il marradese Dino Campana, disoccupato di 28 anni con numerosi precedenti penali alle spalle, nonché aspirante poeta, ed il tipografo Bruno Ravagli. Nascono così ufficialmente i Canti Orfici, il primo e unico libro del poeta, una delle espressioni più autentiche della poesia italiana di inizio secolo.

Alla nostra città Campana fu legato per motivi biografici. Come tanti ragazzi di oggi della Val Lamone, anche Dino compì a Faenza i suoi studi, prima ai Salesiani poi al Liceo Torricelli. Qui iniziò a dare i primi segni di quello squilibrio che lo avrebbe poi portato a terminare la propria esistenza in manicomio, nel 1932, a soli 46 anni. Faenza fu per lui una vera e propria fonte d’ispirazione letteraria, un archetipo di immagini, luoghi e personaggi che travalicano il tempo e giungono fino a noi non appena apriamo il libro e iniziamo a leggere il celebre incipit dal ritmo dattilico «Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita...». É l’inizio di uno straordinario viaggio, fatto di piaghe, amori, scorci notturni, condensato nei versi «balzani» e «irrequieti» dei Canti Orfici. Le sue avventure e vagabondaggi hanno ispirato numerosi artisti, letterari e non, colpiti non solo dall’immagine, ormai ridimensionata, del poeta maledetto, ma sopratutto dalla forza di una poesia capace di disegnare e far rivivere miti antichi di cui ognuno di noi possiede un istintivo ricordo.

 

Con l’esposizione dal titolo Nell'aria si accumula qualche cosa di danzante si propongono alcune opere ispirate a Dino Campana e al mito dei Canti Orfici, accompagnando il visitatore lungo un percorso volto a conoscere ed approfondire l’uomo, l’opera e la città.

Nella prima sezione della mostra, “Con Dino Campana al Liceo Torricelli”, sono esposti i registri di classe del poeta dove risulta evidente, durante l’anno scolastico 1900-1901, il progressivo calo di rendimento del giovane studente. Attraverso alcune immagini si scopriranno i volti delle persone che hanno incrociato la loro vita con quella di Campana nel suo trascorso a Faenza, e sarà poi possibile svelare il mistero su di una fotografia che per lungo tempo si è ritenuta, a torto, ritrarre Campana. Fondamentale in tal senso è stata la documentazione raccolta da Antonio Corbara (1909-1984), noto ricercatore e studioso d'arte faentino che, tra le tante passioni, annoverava anche quella per Dino Campana.

La seconda sezione della mostra, “L’icona Dino Campana”, espone alcuni dipinti che ritraggono il poeta ed altre opere che si cimentano nella stimolante impresa di tradurre le evocative immagini dei Canti Orfici. Da segnalare il celebre ritratto eseguito da Giovanni Costetti per il quale il poeta posò nel 1913 a Firenze, pochi mesi prima di dare alle stampe il proprio manoscritto. Le ceramiche «visionarie» di Carlo Zauli e il quadro di Domenica Pieli sono solo alcune delle opere presenti, sorte dalla lettura appassionata degli endecasillabi e novenari campaniani. Arricchiscono la sezione le testimonianze di altri grandi artisti come Emilio Tadini e Concetto Pozzati.

Completa la mostra “Itinerario orfico”, un’anticipazione del “Percorso Dino Campana”, ideato e curato da Claudio Casadio e Stefano Drei e di prossima realizzazione. Grazie a fotografie, cartoline d’epoca e ai disegni di Romolo Liverani, verrà riportata alla luce la «rossa città» tratteggiata dai Canti Orfici. Il visitatore potrà così scontrarsi con gli «archi enormemente vuoti di ponti sul fiume», la torre barocca, le ostesse pallide, e potrà viaggiare nel tempo e nello spazio, in scenari mitici in cui «anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo».

  Samuele Marchi


Questa mostra a cura della Biblioteca Comunale Manfrediana è stata realizzata grazie alla collaborazione di Alessandro Bassi, Samuele Marchi, Stefano Drei, Daniela Simonini, Massimiliano Chiozzini, Giorgio Bassi, Antonella Piazza e Mattia Calderoni

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