15\18 Quindici\Diciotto: un racconto per immagini

Matite in Trincea, La Grande Guerra


La prima guerra mondiale è considerata dagli storici la tragedia che ha fondato il XX secolo. In accordo con questa definizione le immagini che accompagnano il racconto delle vicende belliche sui manuali di storia, le copertine delle monografie dedicate, i volumi delle corrispondenze ed i diari, sono spesso istantanee in bianco e nero, prive di colore come i fotogrammi dei filmati e dei documentari realizzati in trincea. Tuttavia a fianco di questa tradizione bibliografica ve ne è un’altra, pervenuta sino a noi grazie agli apparati figurativi dei periodici illustrati, la forma di informazione più diffusa in Italia nella prima metà del secolo scorso.
La Biblioteca Comunale di Faenza possiede all’interno della sezione “Riviste estinte”, cioè dall’ormai conclusa pubblicazione, un cospicuo numero di testate illustrate relative agli anni compresi tra il 1914 ed il 1919, provenienti da raccolte locali, fondi storici nazionali ed internazionali. Essa costituisce un corpus documentaristico, ad oggi non del tutto catalogato, in alcuni casi non facilmente accessibile, ma di importanza capitale nella ricostruzione della costituzione dell’idea e della percezione dell’evento bellico tra le generazioni che ne furono protagoniste e testimoni.
Le matite che animano le pagine di questi periodici sono quelle dei disegnatori capisaldi della storia dell’illustrazione italiana quali, tra gli altri, Achille Beltrame, Eugenio Colmo (Golia), Plinio Codognato, Gabriele Galantara, Domenico Natoli e Sergio Tofano (Sto), ma anche artisti delle arti cosiddette maggiori, come Silvio Talman, a volte arruolatisi volontariamente tra le file dei soldati italiani, primo fra tutti il pittore Anselmo Bucci. L’esposizione propone un panorama documentaristico di fonti dirette, caratterizzato da una diversificazione di natura la più ampia e completa possibile. Sono dunque esposte testate dalla diffusione locale, nazionale ed internazionale; con periodicità differente (numeri unici, settimanali, mensili, bimensili, semestrali) e dalle molteplici tipologie di linguaggio: giornali di trincea, pubblicazioni a carattere commemorativo e propagandistico, di costume, femminili, popolari, satiriche, scientifiche ed umoristiche. Il materiale segue una divisione cronologica e contenutistica all’interno di otto sezioni, sottolineando i momenti chiave del conflitto mondiale e, contemporaneamente, evidenziando alcuni importanti iconografie. I focus tematici sui quali si è posto l’accento sono gli episodi emblematici, i volti dei protagonisti, la realtà dei giornali di trincea, l’esperienza faentina, il vissuto dei soldati, le figure femminili, le testate internazionali ed la religione cattolica.
In occasione delle celebrazioni per il suo centenario, la Prima Guerra mondiale si presenta qui attraverso uno sguardo inedito, grazie alle illustrazioni, testimoni dirette di un’epoca delle quali si vuole valorizzare la natura, elevandole da documento didascalico accessorio ad opera arte quale esse sono.


 
Manifesto "15\18: Un Racconto Per Immagini" "Matite In Trincea"
             
                                                                   
                                                                                                                         invito mostra
                                                       

Appunti di storia

Il 28 giugno 1914 l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e la moglie Sophie vengono uccisi a Sarajevo da un gruppo di giovani cospiratori serbo-bosniaci. L’episodio è il pretesto per risolvere la questione balcanica, muoversi contro la Serbia e procedere in operazioni militari che daranno avvio alla prima guerra mondiale. L’evento chiave per l’evoluzione dello scacchiere europeo non ha tuttavia unanime diffusione all’interno delle testate italiane, contrariamente a quanto saremmo oggi inclini a pensare. Achille Beltrame appartiene al gruppo di illustratori che dedicano il debito spazio all’attentato, realizzandone una copertina per La Domenica del Corriere. Ignaro dei successivi sviluppi politici, l’autore crea un’immagine perfettamente conforme con quelle di norma proposte al proprio pubblico, più affine ad un resoconto di cronaca rosa che al reportage di un evento storico. Nonostante il tumulto, i volti carichi di pathos e la presenza di nuvole di fumo che escono dalle armi da fuoco, non vi è la minima tracce di sangue, quasi si trattasse di attori impegnati in una rappresentazione teatrale.

La violenza e la devastazione dei primi mesi di guerra risaltano, tangibili, sulle copertine di Gabriele Galantara per il settimanale socialista L’Asino. Attraverso l’uso sapiente dei colori, il bilanciamento prospettico e la sovrapposizione dei piani, l’autore riesce a donare suono e voce alle proprie opere. Disperato è il grido lanciato dalla cattedrale di Reims, martoriata dal fuoco d’artiglieria tedesco, prima di una innumerevole serie di monumenti francesi, belgi, serbi ed italiani. Straziante è l’implorazione del piccolo mutilato, rappresentazione antropomorfa del neutrale Belgio, ed al contempo citazione diretta delle donne e dei bambini atrocemente sfregiati durante l’avanzata nemica, le cui immagini vengono rapidamente diffuse dai giornali di tutta l’Europa.

In risposta a queste richieste d’aiuto risuona dirompente lo squillo di guerra dell’esercito italiano, qui solo figurativamente proposto, ma allora propagandisticamente presentato in questa veste, a sostegno del votato intervento da parte del governo italiano. Alla sua entrata nel conflitto l’Italia è supportata dalla Nike di Samotracia, emblematico simbolo di vittoria ed al contempo odiato feticcio di passatismo artistico secondo i futuristi. La scultura si erge maestosa alle spalle del soldato; entrambi sono circondati dalle cime innevate delle Alpi, quelle stesse vette che di li a poco perderanno l’aura poetica che qui le contraddistingue, per tramutarsi in drammatici scenari di distruzione e morte.



                                                                       percorso espositivo "Appunti Di Storia"


Appunti di storia

Gli illustratori italiani, quasi obbedendo a un volere supremo, evitano i rimandi grafici alla sconfitta subita dall’esercito nazionale nell’autunno 1917 a Caporetto. Solo nel luglio dell’anno successivo La Domenica del Corriere pubblica, in formato ridotto in una delle pagine interne, un cartello di propaganda della VII armata, inneggiante la vendetta di Caporetto: l’episodio, taciuto nei mesi precedenti, viene evocato unicamente nel momento della rivalsa.

Al contrario, è un altro l’evento che prolifera sulle copertine del 1917, declinato sotto ogni forma di linguaggio, satirico, propagandistico, umoristico, celebrativo: l’entrata in guerra degli Stati Uniti. I nuovi alleati vengono mossi dalle preoccupazioni degli armatori nazionali di fronte al fantasma di una guerra sottomarina, evocata dalle tragiche vicende dei transatlantici Arabic e Lusitania. L’eco dell’affondamento di quest’ultimo si ritrova sulle testate europee ed extraeuropee: Achille Beltrame ne realizza una copertina dal titolo La strage degli innocenti. La decisione è quella di non immortalare il siluramento causa di 1198 vittime, ma piuttosto l’abbandono della nave da parte di chi riuscirà a salvarsi. L’autore mantiene costante il proprio stile, evitando il tragico ed il sensazionalistico, si privilegia un punto di vista concentrato sulle scialuppe che, tra i flutti, sembrano portarsi direttamente a ridosso dell’occhio del lettore.

L'11 novembre 1918 l’Impero tedesco e le potenze Alleate firmano l’armistizio di Compiègne. Secondo le statistiche ufficiali le vittime militari della prima guerra mondiale furono 37.494.186, cifra comprensiva di morti, feriti, prigionieri e dispersi. Il sorriso sul volto del giovane soldato francese protagonista di una copertina de L’Illustration è la consapevolezza di essere sopravvissuto a questi fatali destini.

Sulla fine del conflitto ritorna ad un mese di distanza il mensile torinese Numero, quando nel dicembre del 1918 celebra l’avvento del nuovo anno, il primo di pace dopo un lungo periodo. In sostituzione dell’iconografia classica, la quale vedeva un anziano (l’anno trascorso) ed un bimbo in fasce (l’anno nuovo) protagonisti di un passaggio di consegne, Bisca propone ai propri lettori il solo infante a capo di un insolito corteo, quello degli internati di ritorno a casa. Non si tratta qui dei detenuti, dei prigionieri e dei sopravvissuti, ma di quei beni alimentari a lungo scomparsi dalle tavole delle popolazioni europee. L’ironia tagliente si scaglia nei confronti delle masse, in gran parte ignare delle condizioni dei militari al fronte, a lungo private dei beni necessari a rendere la vita quotidiana, del cui ritorno alla normalità i pochi soldati rappresentati costituiscono qui soltanto un elemento, al pari di tanti altri.


percorso espositivo "Appunti Di Storia"


Ritratti di corte

Dalle monete coniate con il volto dei condottieri romani, passando per la plastica ornamentale di corte, sino alla statuaria di regime, numerose sono le forme d’arte utilizzate dai sovrani per la diffusione dell’immagine di sé nel mondo. La ritrattistica ufficiale svolge un ruolo primario all’interno di questo programma artistico, e con l’avvento dell’era moderna e l’utilizzo della fotografia, alle tradizionali funzioni affidategli, celebrativa, propagandistica e commemorativa, se ne affianca un’ulteriore: l’umanizzazione. Numerose sono le immagini che ritraggono i potenti in atteggiamenti e mansioni meno auliche e più terrene. La satira, da sempre contraltare della stampa e dell’arte ufficiali, trova i suoi bersagli preferiti proprio nelle figure più potenti. Il ribaltamento figurativo e contenutistico attuato dalla satira alla ritrattistica di corte ha una risonanza immediata e fuori dal tempo, di portata maggiormente dilagante in tempo di guerra.

Numero, settimanale umoristico illustrato torinese, inizia nel 1914, prima dello scoppio delle ostilità, una galleria di ritratti dei protagonisti dello scacchiere politico europeo, affidati a differenti disegnatori. Antecedente di una settimana rispetto all’attentato di Sarajevo è la caricatura dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, che Cesare Musacchio realizza con profetica profondità di giudizio: il disegno, emblematico nella perizia e nell’essenzialità dello stile, restituisce l’idea del volto come teschio, rappresentazione ed allusione di morte. Tre mesi dopo, Eugenio Colmo (Golia) presenta Guglielmo II, imperatore di Germania e re di Prussia, in posa ufficiale. La portata evocativa dell’illustrazione è tale (da poco si erano perpetrati massacri e violenze sulle popolazioni belghe e serbe) che la testata decide di utilizzare l’immagine come copertina: superflua l’aggiunta di un titolo. Meno drammatico ma non meno pungente, il ritratto del sovrano Vittorio Emanuele III del gennaio 1915. Giulio Boetto ritrae una figura in bianco e nero, sbiadita, scentrata rispetto al riquadro dell’impaginazione. Evidente l’opinione, quasi sentenza, che grava pesante sull’uomo a capo dell’Italia.

All’inizio del 1917, Bernard Partridge si scaglia dalle pagine del periodico inglese Punch contro i protagonisti delle sanguinose vicende europee. The Potsdam Variety Troupe, dunque, non è altro che il ritratto corale delle teste coronate unite nella triplice alleanza e dei loro uomini di comando. Ancora una volta il genio dell’artista illustratore unisce la novità dell’attualità, ponendo l’ironico accento su Potsdam, luogo della firma della dichiarazione di guerra, con la tradizione satirica europea, qui rappresentata dall’uso dell’iconografia circense.

Matite in trincea

Il giornale è per i soldati al fronte il legame con la normalità. Sulle sue pagine leggono della quotidianità al di fuori delle battaglie, gli aggiornamenti sul conflitto, ma soprattutto le lettere e gli articoli che gli stessi militari inviano, insieme ad illustrazioni e fotografie, alle redazioni.

Comunicare ciò che accade per sentirsi vivi è una necessità imperante, provando, ove possibile, a sorridere della realtà circostante. Nascono così i primi giornali all’interno delle trincee, redatti sull’esempio delle più famose testate satiriche del periodo. Si tratta di fogli volanti, spesso manoscritti e corredati da illustrazioni, i cui collaboratori si riuniscono in redazioni di fortuna, come ben testimoniato dall’orgogliosa foto di gruppo dei fondatori de La Scarica. Sono questi i veri giornali di trincea, espressione spesso impropria utilizzata per testate che, diversamente da queste, nella trincea avevano solo la destinazione e non il luogo d’origine. Pubblicazioni, le ultime, dalle più diversificate intenzioni, che come recita una di questa si rivolgevano Dal Paese alle Trincee, spesso invocando Guerra alla guerra!

A seguito della disfatta di Caporetto l’importanza dei giornali tra le file dei soldati è lampante, ed il 29 marzo 1918 il Comando Supremo dirama una circolare dal titolo “Scambio reciproco dei giornaletti satirico-umoristici e delle pubblicazioni per la propaganda patriottica fra le truppe”. Si legge all’interno: “E’ definitivamente approvata la compilazione dei giornaletti satirico-umoristici di Armata, da diffondersi fra le truppe il più largamente possibile. Ai quali, come già si pratica, i militari saranno ammessi a partecipare.” Il Comando Supremo fornisce mezzi e fondi ai Servizi di Propaganda dei Corpi d’Armata allo scopo di realizzare pubblicazioni destinate ai militari. Fioriscono in questo modo, simultaneamente, decine e decine di testate, ed ogni divisione militare ne possiede una personale. I nomi delle nuove nate risultano evocativi e celebrativi allo stesso tempo: La Trincea, La Tradotta, Il Signor sì!, La Giberna, L’Astico, La Ghirba, svolgono il ruolo che prima del conflitto era stata affidato al solo Il giornale del soldato. A differenza delle esperienze precedenti le nuove testate vivono della collaborazione dei migliori illustratori e giornalisti italiani, tra gli altri Aroldo Bonzagni, Duilio Cambellotti, Augusto Camerini, Carlo Carrà, Adolfo De Carolis, Giorgio De Chirico, Gabriele Galantara e Giuseppe Prezzolini.
Sono questi gli autori che fanno compagnia ai soldati, che li spronano a raccontare la propria vita attraverso parole ed immagini, che li inducono a misurarsi con l’arte e a divenire anch’essi matite in trincea.




percorso espositivo "Matite In Trincea"


percorso espositivo "Matite In Trincea"

percorso espositivo "Matite In Trincea"


percorso espositivo "Matite In Trincea"


Faenza ricorda

Il 15 gennaio 1919 iniziano le pubblicazioni della rivista Romagna eroica, bisettimanale illustrato edito a Forlì dalla casa editrice “La Romagna”, della quale il sottotitolo, Raccolta di biografie, fotografie e ricordi dei romagnoli caduti in guerra, precisa la natura del periodico. L’esperienza nasce sotto il patrocinio dei sindaci di numerose città romagnole, fra cui, sin dal numero d’esordio, appare quello di Enrico Camangi, allora primo cittadino di Faenza. Numerose la pagine dedicate ai soldati faentini, i cui nomi ritornano nel 1926 in un elenco di concittadini rimasti vittime o dispersi, redatto dal Comune in perfetta aderenza con le richieste commemorative e propagandistiche avanzate dal regime fascista.

Le memorie dei militari nascono dalle testimonianze di famigliari, amici e commilitoni, ma anche da scritti autografi dei caduti stessi. Appartengono a questi ultimi le lettere di Eligio Cacciaguerra a Piero Zama, di Alessandro Favero a Carlo Mazzotti, di Lamberto Caffarelli all’amica Giuliana Anzillotti. Sebbene figure dalle diverse posizioni politiche e culturali (esponente il primo di un patriottismo democratico-cristiano; cattolico e pacifista il secondo; giovane intellettuale distaccato l’ultimo) emerge dalle parole di questi soldati un sottofondo condiviso: la lontananza dai campi di battaglia. Diametralmente opposta è l’esperienza del semianalfabeta Sebastiano, militare del VI corpo d’armata, il quale, da una non ben precisata zona di guerra, scrive alla cugina: “èra melglio chè fosso morto che trovarmi così a tribolare”.

Le corrispondenze e le immagini sulle riviste permettono alla popolazione di sentirsi più vicina ai propri soldati, di cui possono migliorare le condizioni aderendo ai prestiti nazionali, che periodicamente lo stato chiama a sottoscrivere. Nel contempo, a conflitto ancora in corso, la cittadinanza commemora i reduci, conferendo loro medaglie al valore, come accaduto a Faenza il 16 giugno 1918. La città, benché lontana dai campi di battaglia, vive direttamente l’esperienza bellica, grazie alla presenza di un campo militare inglese, situato all’interno del territorio comunale. Il Faenza Rest Camp è l’unico caso di base per militari stranieri in transito realizzato in Italia, ed ospita oltre mezzo milione di soldati britannici negli anni compresi tra il 1917 ed il 1919. In periferia sorgono due villaggi paralleli, per gli ufficiali e per le truppe, attrezzati di chiese, cucine, mense, infermeria, ma dotati anche di caffè, teatro, campi di basket, cricket e tennis. Per un insolito gioco del destino i faentini al fronte sognano una quotidianità che per i propri concittadini ha ormai perso i toni della normalità, e si è colorata di eccezionale ed unico.


percorso espositivo "Faenza Ricorda"


percorso espositivo "Faenza Ricorda"


Vita al fronte

Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra. Poco prima dell’inizio delle ostilità si forma a Milano il Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti Automobilisti, nelle cui file si arruolano per primi gli esponenti del movimento Futurista. Per quest’ultimi la guerra è l’emblema di quelle modernità, tecnologia, velocità a lungo evocate e ricercate in una esperienza artistica e di vita. Le innovazioni meccaniche che l’evento bellico porta con sé, fosse anche solo una bicicletta pieghevole adattabile a molteplici situazioni, portano i futuristi a rispondere con entusiasmo alla chiamata alle armi. Tra questi vi è Anselmo Bucci, il quale descrive la realtà della vita al fronte, attraverso un linguaggio realistico e didascalico, mai patetico o macabro. Le trincee fangose ed anguste, sono protagoniste dei disegni degli artisti divenuti soldati, viceversa i cadaveri e le devastanti violenze riecheggiano negli schizzi dei soldati scopertisi artisti.

Le testimonianze dipinte da questi uomini sono lontane dalle immagini dei periodici illustrati nazionali, le cui pagine si colorano di eroismo individuale, di cameratismo illimitato, mitigando la morte attraverso il filtro del valore. La stampa ufficiale punta sul coraggio e la prodezza di questi soldati in trincea ed in cordata, al freddo, uniti ai loro animali da un legame viscerale. I fotografi ufficiali tralasciano vittime e feriti, per concentrarsi sull’intrepidezza e la furbizia, creando immagini ad effetto esaltate nel contrasto con la natura circostante. Le loro fotografie pubblicate a partire dal novembre 1916 da La guerra, periodico del Reparto fotografico del Comando supremo del Regio Esercito, vengono riprese e diffuse dalle maggiori testate italiane, creando un continuo scambio di modelli e rielaborazioni, come dimostra il confronto tra una di queste immagini ed una copertina di Domenico Natoli.

La malattia è presentata come temporanea, un’esperienza edulcorata nelle immagini degli illustratori. 500.000 sono al contrario i soldati italiani menomati nella prima guerra mondiale, ma di questo non si fa cenno durante la convalescenza, qui rappresentata con un sapiente taglio scenografico, che copre eventuali mutilazioni ed invalidità, ponendo l’accento sulla parte ludica della situazione. La nuova realtà viene filtrata, come avviene sulle pagine de Lo Sport Illustrato che, slegandosi dall’idea di guerra come tragedia che falcia gli atleti, immortala i ciclisti Ugo Agostoni e Domenico Violani, lontani dal mondo delle due ruote, intenti a sfidarsi in uno scontro di boxe improvvisato. Il settimanale propone il superamento della competitività come battaglia, l’evoluzione del concetto di lotta per raggiungere la vittoria: gli atleti diventano eroi veri, che combattono e muoiono.

 


     

percorso espositivo "Vita Al Fronte"


                                                                                                      


Donne di guerra

Le donne disegnate della prima guerra mondiale vengono filtrate attraverso sguardi di matite che le vogliono alternativamente compagne di dolore e di sofferenza, ammiccanti figurine leggere e facete, alter ego degli uomini nel lavoro, spietati baluardi di fermezza nei confronti del nemico.
Non dunque donne in guerra, ma multisfaccettate donne di guerra.

La crocerossina è indubbiamente la figura femminile per eccellenza, un’icona presente tanto nelle fonti storiografiche e biografiche, quanto tramandata nelle vicende storiche individuali. A meno di un mese dell’entrata in guerra dell’Italia, Clelia Bona, redattrice del quindicinale femminile Margherita, giornale delle Signore italiane, propone alle proprie lettrici la descrizione per la realizzazione di un grembiule ed una cuffia per infermiera. Quest’ultima diviene da subito, nell’immaginario dei soldati, una giovane e graziosa fanciulla, che con premurosa vocazione personale, unita a solidarietà ed attivismo propri femminili, si prende cura dei feriti e dei reduci, organizza i pacchi di viveri da mandare al fronte, ed assiste all’educazione dei figli dei richiamati.

Le donne delle riviste satiriche sono più giovani e moderne, (s)vestite eleganti e truccate alla moda, di un raffinato erotismo seppur in chiave umoristica, non approdano mai ad una volgarità da caserma. Sono queste le donne di Alberto Bianchi, che incitano il pubblico dei lettori a sottoscrivere al IV prestito nazionale, attraverso un’iconografia ed un linguaggio decisamente inusuali, ma tuttavia efficaci. La loro leggerezza è per Sto un ironico strumento per denunciare, indirettamente, la mancanza generale di coscienza e conoscenza sull’andamento della guerra (per la quale nel dicembre del 1915 si sperava ancora in un rapido termine).

Infine donne preambolo di emancipazione, nei panni, materiali e sociali, dell’uomo. Le occupazioni femminili in tempo di guerra sono le più disparate, non solo donne che si occupano di soldati e lavorano per i propri parenti al fronte, ma anche, e qui diremo soprattutto, donne che sostituiscono gli uomini nelle loro attività: donne tramviere, operaie, telegrafiste, che nelle pause tra un turno e l’altro cuciono abiti ed incartano beni da spedire in trincea. Nell’ottobre 1918 un questionario diramato dal Ministero Armi e Munizioni ad uffici e ditte industriali, domanda “cosa pensano di fare tutte queste lavoratrici quando a guerra finita gli uomini torneranno alle fabbriche e agli uffici, se intendono riprendere le occupazioni casalinghe o mettersi in aperta concorrenza col lavoratore.” L’autonomia e l’autocoscienza di sé sono tuttavia transitorie, la condizione femminile italiana è ancora lontana dal riconoscimento dei diritti politici e sociali, l’emancipazione da poco conquistata verrà perduta con l’avvio della politica sociale fascista.


percorso espositivo "Donne Di Guerra"


Rassegna  Stampa

Immagini di guerra filtrate attraverso l’occhio straniero sono qui proposte dai settimanali internazionali Punch e L’Illustration, inglese di fronda satirica il primo, francese d’attualità il secondo, all’interno dei quali, durante gli anni del conflitto, le illustrazioni belliche diventano le sole contemplate, ricalcando appieno, in questo, quanto proposto dai periodici italiani.

L’assenza di immagini offensive e l’uso di un umorismo sottile e tuttavia pungente, sono le caratteristiche tipicamente britanniche del corredo figurativo di Punch. Tratto comune degli illustratori della rivista d’oltremanica è l’autoironia attraverso la quale vengono descritti i membri dell’esercito di sua maestà, bersagli prediletti, costantemente colpiti in sostituzione del nemico. I militari del Regno Unito sono, per i compatrioti disegnatori, prima di essere soldati, anzitutto, visceralmente inglesi. Come tali vengono rappresentati impegnati in hobbies tipicamente british, quali ad esempio il giardinaggio e la pittura. Con il solo accorgimento di pochi dettagli, perpetrando cura e perizia, sfruttando pazienza e tempo donati dalla vita di trincea, si giunge a risultati trionfali: la perfetta fioritura dei gerani, la minuziosa resa di una scena di guerra. Riflessività, lentezza e precisione emergono come caratteristiche innate, qui accentuate dalla contingente situazione bellica, portate a contraddistinguere gli atteggiamenti più disparati. Cauto e prudente è il soldato che, rivolgendosi alla giovane recluta, ammette di non poter camminare più velocemente, avendo solo due modalità di avanzamento: lento o immobile. Parallelamente, preciso oltre misura è l’ufficiale che sottopone il proprio inserviente a tredici minuziosi esami, essenziali all’affidamento di incarichi di inderogabile responsabilità.

La testata transalpina L’Illustration propone, oggi come ieri, immagini a colori dalle chiavi di lettura spesso bivalenti. Le Tre Cime di Lavaredo dipinte da Fardel sono l’emblema della natura ostile, indomita di fronte all’uomo, madre protettrice e nemica crudele. Fautore di calma per coloro che allora lo ammiravano dalle pagine del giornale, il massiccio è agli occhi del minuscolo soldato, per noi oggi dettaglio poetico e compositivo, la ferocia struggente di un’esistenza crudele. Ugualmente i bambini di Hansi filtrano, attraverso il linguaggio allegro dell’illustrazione per l’infanzia, la tragedia degli eventi militari. L’inserto illustrato propone, su differenti piani compositivi e punti di vista, i numerosi aspetti della vita sotto le armi, protagonisti i militari quanto la popolazione civile. I fanciulli impegnati oggi a giocare alla guerra imitando i grandi, saranno chiamati domani ad uccidere e morire sui campi di battaglia.


percorso espositivo "Rassegna Stampa"


In nomine patriae

Il ruolo svolto dall’universo cattolico durante la prima guerra mondiale è un campo di indagine ricco di sfumature, all’interno delle quali le posizioni occupate da papato, clero e credenti sono le più diversificate. Benedetto XV, nominato cardinale da soli tre mesi, è eletto papa poche settimane dopo l'inizio delle ostilità. La neutralità con la quale tenta di designare il Vaticano ed il suo operato non viene riconosciuta tale dalle potenze impegnate nel conflitto, ed aspre critiche provengono dagli stati europei. Tuttavia, la maggioranza della stampa illustrata italiana rimane lontana da esternazioni radicali. Ne è un esempio la linea scelta da L’Illustrazione italiana, nella quale la religione viene presentata come unico ed estremo conforto dei militari al fronte. Gli alpini di Plinio Codognato, inginocchiati davanti ad un crocefisso di fortuna, sono ancora una volta simboli di un linguaggio eroico e di una figurazione di propaganda, superflue estremizzazioni di una realtà già sufficientemente spietata.

Nella cerchia delle pubblicazioni più o meno critiche nei confronti delle posizioni assunte dalla prevalenza del clero cattolico vi sono, tra le altre, le testate Il Savonarola, L’Asino ed Il Mondo. Emblematica l’esperienza del Il Savonarola, edito a Torino da un gruppo di giovani cattolici, tra i quali Alessandro Favero, del quale viene proposto in mostra un estratto di corrispondenza con Eligio Cacciaguerra. Il quindicinale è spedito gratuitamente, caso piuttosto isolato, ai soldati che ne fanno richiesta, nelle intenzioni di diffondere l’ideale pacifista anche fra le truppe al fronte. Contraltare teorico de Il Savonarola, ma affiancato a questi nella pratica, è il periodico socialista anticlericale L’Asino. Dalle sue pagine, il disegnatore Gabriele Galantara lancia pesanti moniti alla Chiesa ed ai “cattolicissimi” sovrani europei, ipocriti sanguinari che, nel nome di Cristo, vanno macchiandosi di reati che ne tradiscono, costantemente, l’insegnamento.

Da ultimo il settimanale Il Mondo, edito dalla casa editrice Sonzogno, in accordo con le aspre critiche mosse negli anni precedenti ai sovrani Guglielmo II e Francesco Giuseppe attraverso le ardite tavole di Aroldo Bonzagni e Caramba, ed i realistici ritratti di guerra di Anselmo Bucci e Aldo Carpi, conclude le pubblicazioni del 1918 con una significativa copertina di Mario Bazzi. Nonostante il conflitto fosse ormai terminato da più di un mese, in occasione delle festività cristiane viene presentata la copertina Natale di guerra, con protagonista un anonimo soldato, vestito di un’uniforme epurata da simboli nazionali. Un soldato qualunque fra la moltitudine dei combattenti che porta il lettore ad interrogarsi se si tratti di uno dei reduci celebranti il Natale oppure un martire della sanguinosa vittoria, crocifisso in nome della patria.


percorso espositivo "In Nomine Patriae"

Curatrice della mostra: Emanuela Morganti

Enti organizzatori: Biblioteca Comunale Manfrediana - Settore Cultura ed Istruzione - Comune di Faenza
Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo
Archivio di Stato di Ravenna, Sezione di Faenza
"La Grande Guerra a Faenza": progetto realizzato con il contributo della Struttura di missione per gli Anniversari di interesse nazionale della Presidenza del Consiglio